N. 19 - 5 febbraio 2003
La mela, un frutto che non si mangia
(Gianni Bedini)
Come tutti i gerghi specialistici, anche il botanichese si avvale di una ampia gamma di termini tecnici, che sono usati solo tra addetti ai lavori; in più in botanica si fa largo uso anche di parole prese a prestito dal linguaggio corrente, addirittura dal quotidiano parlare domestico.
Ma se le parole sono le stesse, diversi sono i significati, ciò che è causa di non poca confusione e di prevedibili difficoltà nel divulgare questa materia.

Un bell'esempio di bisticcio linguistico è la parola frutto. Botanicamente, infatti, sono frutti molti prodotti correntemente considerati ortaggi, come ad esempio pomodori, melanzane e zucchini. Viceversa, si considerano comunemente frutti prodotti quali le mele, che in botanica sono annoverati tra i falsi frutti o frutti accessori.


Mele.
Per rendersi conto di tali discordanze, occorre ricordare che in botanica il temine "frutto" designa un ovario maturo: generalmente il completo sviluppo dell'ovario consegue alla fecondazione, e la maturazione del frutto avviene contemporaneamente a quella dei semi contenuti al suo interno. Per meglio significare questa disposizione anatomica, a volte i botanici ricorrono al termine pericarpo.

Nel frutto, si distinguono tre "strati" che derivano da altrettanti parti della parete dell'ovario: uno strato esterno o epicarpo, uno centrale o mesocarpo e uno interno o endocarpo. Troppo difficile? Ma no, visto che anche il linguaggio corrente ne riconosce l'esistenza: prendendo spunto da un frutto come la pesca, l'epicarpo è la buccia; il mesocarpo, la polpa; l'endocarpo, che in questo caso è lignificato, il nòcciolo.


Fiore e frutto di pesco.
Frutti come questo, con epicarpo sottile, mesocarpo carnoso e endocarpo duro, sono detti drupe: oltre la pesca, ne sono esempi ciliegie, susine, albicocche, olive, manghi.
I frutti nei quali anche l'endocarpo rimane carnoso sono detti bacche (uva, pomodoro, papaya, melograno, sapote, cachi, guava).

E la mela? Nel suo caso, l'ovario è incluso all'interno del ricettacolo, condizione che lo qualifica come ovario infero; dopo la fecondazione, l'ovario si trasforma normalmente in frutto, ma contemporaneamente anche i tessuti del ricettacolo diventano carnosi e succulenti.

Ne consegue che il vero frutto, derivato dalla parete dell'ovario, è a sua volta incluso in una massa di tessuto carnoso, che forma un cosiddetto frutto accessorio o falso, appunto perché deriva da tessuti extra-ovarici. E' proprio questa la parte che si mangia, mentre il vero frutto altro non è che il torsolo, che di solito non si mangia. Tra parentesi, analoghe considerazioni valgono anche per mele cotogne, pere e nespole, che appartengono alla stessa famiglia del melo (Rosaceae).

Allora, per osservare un frutto di melo, occorre:

  1. mangiare il ricettacolo carnoso;
  2. liberare il torsolo;
  3. sezionarlo per mettere in luce la struttura a strati.
La parte più facile da identificare è l'endocarpo, che si presenta come uno strato sottile e corneo disposto attorno ai semi.
L'epicarpo è a malapena visibile come una sottile linea che corre a breve distanza dall'endocarpo; tra i due, un sottile mesocarpo. Il torsolo non è per niente appetitoso e, dopo l'osservazione, si può gettare via.

Fiore e pomo di melo.
I semi possono facilmente uscirne, non appena i tessuti cominciano a decomporsi, e nel frattempo avranno percorso un po' di strada... già, perché è a questo che servono frutti e falsi frutti di questo tipo: a far trasportare i semi lontano dalla pianta madre.

Gli animali (incluso l'uomo!) che mangiano i frutti scartano i semi passandoli attraverso l'apparato digerente, come quelli del pomodoro, o gettandoli via dopo aver mangiato la parte carnosa del frutto, come quelli della mela. In questo modo le piante, pressoché prive di movimento autonomo, sfruttano gli animali come corrieri per spedire lontano i semi. Un piccolo servigio da rendere per gustare la bontà di tanti frutti offerti dal Regno vegetale, veri o falsi che siano.


Riferimenti


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