N. 19 - 27 gennaio 2003
Le legnose da frutto: dalle antiche ancestrali alle moderne varietà
(Marina Clauser)
Per l’uomo i frutti rappresentano una indispensabile fonte alimentare per l’alto valore nutritivo, dovuto soprattutto al contenuto in zuccheri, vitamine e sali minerali; molti frutti si mangiano freschi, come le more, i lamponi, i mirtilli, altri si possono conservare per un periodo relativamente prolungato di tempo come le mele o gli agrumi, altri si fanno seccare e si possono conservare anche più a lungo, come i fichi, l’uva passa, i datteri, senza che si perda il loro valore energetico.
Per queste caratteristiche, fin dall’antichità, i frutti hanno rappresentato un’ottima integrazione alimentare e non è un caso che proprio la vite, la palma da datteri e il fico, che producono frutti ben conservabili, siano alberi menzionati nella Bibbia, insieme con l’olivo, per il loro valore, non solo simbolico, e siano state anche le prime piante da frutto ad essere messe in coltivazione e ad essere domesticate.

Frutta secca.
La domesticazione delle piante alimentari si pone l’obiettivo di mantenere di generazione in generazione alcune caratteristiche particolari: sviluppo di certi organi rispetto ad altri, maggiore produttività, maturazione più regolare e sincrona, caratteristiche organolettiche, serbevolezza nel tempo.
Per le piante erbacee la domesticazione si può collocare intorno al VII millennio a.C. quando, nel Vicino Oriente, furono fatti i primi tentativi di coltivare i cereali - soprattutto grano, orzo - e i legumi.
La domesticazione delle piante legnose da frutto ha avuto origine, sempre nel Vicino Oriente, nel IV millennio a. C., molto più tardi rispetto a cereali e legumi e si è sviluppata lungo percorsi differenti.
Per le piante erbacee, infatti, la fase cruciale della coltivazione, quindi della domesticazione, è stata la riproduzione sessuale, vale a dire l’utilizzo di semi, per dar vita a nuove piante.
Per le legnose da frutto, invece, il mantenimento delle caratteristiche positive della pianta madre nelle generazioni successive è possibile in pratica solo se si ricorre alla propagazione vegetativa: talea, margotta, propaggine e innesto.

La margotta.
Questo perché nei fruttiferi si ha con molta frequenza l'impollinazione incrociata e, conseguentemente, un alto livello di eterozigosi che comporta una grande variabilità nella discendenza ottenuta da seme. In altre parole i semi contenuti in una mela possono dare vita a piante con caratteristiche completamente diverse fra loro e dalla pianta madre.

Tale variabilità, dovuta all’unione di patrimoni genetici diversi, è un bene prezioso quando si ricerchino nuove combinazioni, particolarmente desiderabili per la creazione di varietà moderne, ma se l’obiettivo è quello di ottenere dei cloni, cioè discendenze con le stesse caratteristiche genotipiche (e quindi con le stesse caratteristiche organolettiche e produttive) della pianta madre, si deve ricorrere necessariamente alla propagazione vegetativa. Inoltre, rispetto alle piante ottenute da seme, quelle moltiplicate vegetativamente non devono superare lo stadio giovanile, vale a dire un periodo improduttivo lungo anche 8 anni, nel quale non si ha formazione di fiori e quindi di frutti.

Mele raccolte in Casentino (AR).
I primi tentativi di domesticazione delle legnose da frutto furono possibili grazie a tecniche abbastanza semplici di moltiplicazione agamica: talea per la vite, il sicomoro e il fico, divisione del cespo per il melograno, distacco di getti basali per la palma da dattero e per l’olivo; le prime legnose da frutto ad essere addomesticate sono proprio queste, in quanto “preadattate” alla domesticazione, perché moltiplicabili in modo relativamente semplice per via asessuata.
Il melograno.
Grazie all’affinamento di tecniche più complesse, prima fra tutte l'innesto, fu possibile, verso il I millennio a. C., estendere ad altri fruttiferi i vantaggi della moltiplicazione vegetativa. I popoli del bacino del Mediterraneo impararono bene a innestare olivi e carrubi; appresero presto il vantaggio di innestare le marze di mandorli altamente produttivi su portainnesti meno fecondi o su quelli con frutti amari. Anche se non se ne conosce la provenienza esatta, sappiamo che l’innesto era ben conosciuto da Greci e Romani i quali, probabilmente, avevano appreso questa tecnica contemporaneamente all’introduzione di agrumi dall’Estremo Oriente.
Agrumi dall'Estremo Oriente.
La domesticazione di piante legnose da frutto ha portato alla creazione di cultivar notevolmente diverse dalle antiche progenitrici selvatiche, soprattutto per quanto riguarda la dimensione dei frutti, la pezzatura regolare, la maturazione sincrona.
Un esempio concreto, il nespolo, ci può aiutare a confrontare meglio la diversità fra antica progenitrice e moderna varietà.
Il nespolo selvatico è Mespilus germanica L. (Rosaceae), un alberello alto 2-4 m, a crescita piuttosto lenta. La pianta presenta rami leggermente spinosi e pubescenti. Il frutto, detto nespola, è un nuculanio ovoidale, di color ruggine, lungo 2-3 cm, sormontato dai residui del calice. La specie è originaria dell’area che si estende dalla Turchia settentrionale al Caucaso fino all’Iran nord orientale. Si tratta di una pianta termofila, eliofila o da semiombra e vive nei boschi di latifoglie mesofile, soprattutto nei castagneti e nei querceti, dal piano collinare fino a 1100 m.

Nespolo selvatico.
Le prime piantagioni di nespolo risalgono al I millennio a.C. allorché i coltivatori che abitavano sulle rive del Mar Caspio, osservando piante selvatiche eccezionali, ad esempio per le dimensioni dei frutti, riuscirono a “fissare” tali caratteri e, allo stesso tempo, a duplicare le piante “buone” in gran quantità, grazie alla talea e all’innesto.
Dall’area originaria la coltivazione del nespolo attraversò l’Asia minore, raggiungendo in seguito la Grecia e l’Italia.
La coltura del nespolo è stata fiorente per molti secoli, soprattutto nel Medio Evo e, ancora nel secolo scorso, aveva una certa importanza in Europa centrale. Oggi è in declino ad eccezione dell’area caucasica e della Crimea.
In seguito alla domesticazione, sono state create delle varietà fra le quali le più note sono: "Nespolo d’Olanda", "Reale" e "Goccia".
Tutte le cultivar sono caratterizzate da dimensioni maggiori, rispetto al selvatico, di frutti e foglie.

Le nespole si raccolgono ancora acerbe a ottobre e si fanno “ammezzire” pian piano finché non diventando morbide: solo allora i tannini si trasformano in zuccheri e la polpa diventa gradevole. I frutti hanno proprietà toniche e astringenti, come le foglie. Le nespole si mangiano tali e quali o si trasformano in canditi, marmellate, sciroppi o si distillano per ottenere un’acquavite. Il legno è fine e omogeneo, di un bel colore rosato e una volta veniva usato per manici di ombrello e per intarsi. La pianta, abbastanza resistente all’inquinamento, può essere usata come elemento ornamentale, per l’impianto di siepi di protezione, frangivento o come portainnesto per vari fruttiferi.

Nespolo coltivato.

Riferimenti bibliografici:
  • Blondel J., Aronson J. (1999) - Biology and Wildlife of the Mediterranean Region. CNRS Oxford University Press, Oxford. 328 pp.
  • Clauser M. (2002) – I cavoli e la loro bisnonna.
    http://www.myristica.it/jun-2002/cavoli.html
  • Hanelt P. (2001) – 'Mansfeld' Encyclopedia of Agricoltural and Horticultural Crop. Springer-Verlag, Berlin Heideberg. pp.492-493.
  • Zohary D., Hopf M. 1994 - Domestication of Plants in the Old World. Clarendon Press, Oxford. 279 pp.
  • Zohary D., Spiegel-Roy P. (1975) – Beginnings of Fruit Growing in the Old World. Science 187: 319-327


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