Febbraio 2002
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Invasori verdi
(Antonio Croce) |
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Le piante non si muovono: è
questa una delle prime caratteristiche a cui ricorriamo
quando descriviamo la differenza tra vegetali e animali. Eppure
si spostano. Lo dimostra il fatto che dopo un incendio, giovani alberi
tornino a ricostituire le aree bruciate,
o che le rocce laviche vengano colonizzate dalla
vegetazione. Certo, la mobilità non è del singolo
individuo. Le piante possono
solo affidare i loro semi, spore, pollini, propaguli e quant'altro
possa permettere la moltiplicazione alla forza di gravità, a
meccanismi di lancio, al vento, all'acqua o agli animali. L'importante
è che il "figlio" raggiunga un luogo dove non competa con
la pianta madre e che abbia una buona probabilità di trovare
condizioni idonee al suo sviluppo. Tali meccanismi si sono evoluti in milioni di anni e comunque gli spostamenti hanno dei limiti, delle barriere tali che ogni continente, ogni regione, ha la sua flora tipica, composta di specie, generi o anche famiglie caratteristiche ed esclusive (lo studio della distribuzione geografica dei gruppi sistematici è oggetto della branca della botanica chiamata Corologia). I limiti alla diffusione sono dettati da fattori climatici (temperatura, precipitazioni...), edafici (alcune piante hanno bisogno di suoli di un certo tipo), topografici (ad esempio è difficile che un seme attraversi un braccio di mare), ecc... Inoltre gli spostamenti sono lenti, spesso impercettibili alla nostra osservazione: si pensi alla migrazione verso sud della vegetazione legata alle glaciazioni, avvenuta durante migliaia di anni. Un forte impulso alla diffusione di alcune specie vegetali è avvenuto da quando l'uomo ha cominciato a praticare l'agricoltura e a portare le piante coltivate con sè nelle sue migrazioni. Così si sono diffuse quelle specie che ben si adattarono a vivere tra i campi, che oggi chiamiamo infestanti. Indesiderate e sempre contrastate, le "malerbe" sono specie con ben determinate caratteristiche ecologiche:
Sebbene per chi deve trarre sostentamento economico dai campi siano solo "erbacce", si tratta comunque di piante dalla sorprendente bellezza e rese oggi rare dalla pratica del diserbo chimico. Se fiordaliso (Centaurea cyanus) e rosolaccio (Papaver rhoeas) sono ancora comuni ai bordi delle messi, del gittaione (Agrostemma githago), dell'adonide estiva (Adonis aestivalis) e della damigella campestre (Nigella arvensis), per citarne solo alcune, non c'è quasi più traccia ed in diverse regioni italiane sono protette. |
Agrostemma githago
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Tale gruppo di piante, i cui semi viaggiavano "clandestini" tra le cariossidi del grano, furono diffuse involontariamente e vengono denominate "Archeofite", diffuse cioè prima della scoperta dell'America. Dopo il 1492 infatti ci fù una nuova ondata scambio di esotiche tra i due mondi, denominate "Neofite". La novità delle Neofite è quella di essere state spesso importate a scopo ornamentale. Esse non hanno trovato nel nuovo territorio competitori nè parassiti o predatori ed hanno avuto vita facile contro le impreparate specie "indigene". E' così che robinia e ailanto, tra gli altri, hanno spesso cacciato via le nostrane querce o ontani, allarmando chi ha a cuore la conservazione degli ambienti naturali al punto da affibbiare loro l'appellativo di "cancri verdi". Anche per le Neofite possiamo
individuare dei caratteri importanti per il loro successo di
"invasori": Vediamo nel dettaglio alcuni casi. Il più eclatante è certamente quello della robinia (Robinia pseudacacia), localmente nota anche come acacia o gaggìa (attenzione però a non confonderla con Acacia, un genere di piante africane o australiane). E' un albero con rami spinosi, foglie composte imparipennate e infiorescenze bianche, appartenente alla famiglia delle leguminose. Essa fu portata in Europa dall'America del Nord nel 1601 da colui il quale le diede poi il nome, Jean Robin, curatore dell'orto botanico di Parigi, per la bellezza delle sue candide infiorescenze. A partire dal XVIII secolo si diffuse per molte buone ragioni: fornisce legno di buona qualità e ottimo combustibile; cresce molto rapidamente; si adatta a qualsiasi tipo di suolo; i fiori forniscono nettare per l'apicoltura; consolida terreni instabili e come parecchie piante della stessa famiglia, lo arricchisce di azoto grazie alla simbiosi con batteri azoto-fissatori presenti nelle radici. Si tratta dunque di una pianta dalle mille virtù. Presto però si naturalizzò diffondendosi negli ambienti naturali. La robinia è infatti una pianta pioniera cioè è capace di colonizzare tutti quegli ambienti privi di vegetazione o ai primi stadi di evoluzione della vegetazione. Ha bisogno di molta luce per cui si diffonde agevolmente dove la copertura arborea venga a mancare, anche temporaneamente come per esempio in seguito al periodico taglio del bosco. Una volta insediatasi ha la meglio su tutte le specie arboree autoctone e presto l'ambiente in cui compare si impoverisce. Il suolo presto si eutrofizza e scompaiono anche molte specie erbacee e arbustive. In pochissimi anni si forma un "robinieto" di valore naturalistico nullo, in cui solo qualche specie riesce a proliferare. La situazione torna alla normalità dopo molti anni a patto di lasciare invecchiare le piante (vivono in media 60-70 anni anche se la prima portata in Europa è ancora viva!) la cui ombra impedisce a nuove piante di sostituirle. Se viene tagliata a raso ben presto si formano dei vigorosi polloni che peggioranao la situazione. |
Robinia pseudacacia
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Le esotiche naturalizzate sono pioniere, capaci di colonizzare terreni nudi o poco fertili. Lo dimostra fra l'altro la loro massiccia diffusione lungo i binari della ferrovia. Comune in questi ambienti è Ailanthus altissima, le cui foglie emanano un odore poco piacevole. Originaria della Cina fu importata in Europa nel '700 per allevare un lepidottero, il Philosamia cynthia, alternativa al baco da seta. Adattabile a qualsiasi condizione di terreno, è più comune in luoghi caldi ed asciutti come rupi e luoghi rocciosi. Molto usata nei giardini e nel verde pubblico, e anch'essa naturalizzata in breve tempo, è Buddleja davidii, arbusto originario dell'estremo oriente, noto per le grandi infiorescenze coniche di colore viola. I suoi semi germinano facilmente, tanto che il problema principale, ove essa viene impiantata, è contenere il suo comportamento di infestante. |
Buddleja davidii
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Come dice il nome, Phytolacca americana, curiosamente chiamata Uva Turca, è originaria del continente americano. E' una pianta erbacea con fusto legnoso alla base, di un bel colore rosso vivo e notevole sviluppo in altezza. Con i suoi frutti si colorava il vino ma ha proprietà purgative. Invade tutti i luoghi incolti e i cumuli di macerie, insieme ad altre erbacee tipiche di questi ambienti e non a caso anch'esse esotiche: citiamo Solidago canadensis e S. gigantea, diffuse a scopo ornamentale per le folte infiorescenze gialle, ed il topinambur (Helianthus tuberosus) importato a scopo alimentare per i tuberi commestibili. Proviene invece dal Sudafrica una nemica della vegetazione delle coste, Carpobrotus acinaciformis o fico degli ottentotti. Sfuggita dai giardini e naturalizzata nel mediterraneo, è una pianta succulenta che si accresce formando fitti tappeti sulle sabbie o sulle rocce e sottraendo spazio vitale alle spontanee nostrane. E' innegabile la bellezza dei suoi grandi fiori con il contrasto tra i petali rossi e gli stami gialli. |
Carpobrotus acinaciformis
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Dalla costa passiamo all'ambiente marino. Anche qui ci sono degli invasori ed il più noto e temuto è senz'altro Caulerpa taxifolia, un'alga verde con tallo lungo fino a qualche metro, strisciante sul fondo sabbioso, dal quale emergono delle ramificazioni che ricordano la forma delle foglie del tasso (da qui l'epiteto specifico). In natura era presente nei mari caldi finchè non comparve nel Mediterraneo, sfuggita all'acquario di Montecarlo, dall'inizio degli anni '80. Ora il problema della sua diffusione è grave poichè essa sostituisce la tracheofita endemica del mediterraneo Posidonia oceanica, costituente praterie sommerse dalle quali dipende la vita dell'intero ecosistema marino. La caulerpa produce tossine che le hanno fatto meritare la fama di alga killer. Anche un piccolo frammento, magari trasportato involontariamente dalle imbarcazioni, può portare all'invasione di nuove aree. |
L'alga killer Caulerpa taxifolia
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Dalle acque del mare a quelle dolci: temute e dannose sono le piante esotiche naturalizzate negli ambienti acquatici terrestri, già molto compromessi e dagli equilibri delicati. Qui esiste un caso noto a livello mondiale, quello di Eichhornia crassipes, il giacinto d'acqua, originario del Brasile e divenuto tanto numeroso nelle acque dei laghi Nord Americani (dove si naturalizzò già dalla fine dell'800) e africani da comprometterne l'equilibrio ecologico e l'economia locale. E' una pianta che copre la superficie dei corpi idrici grazie alle foglie munite alla base di "camere d'aria" galleggianti. Produce dei fiori grandi e molto attraenti, caratteristica che ne ha favorito l'uso come ornamentale nei laghetti dei giardini dai quali è sfuggita alla conquista delle aree naturali. Per fortuna la specie non tollera temperature troppo rigide e non è infestante nelle zone umide della nostra penisola. |
Eichhornia crassipes
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L'elenco delle invasioni delle esotiche, sfuggite dai giardini delle ville, dai parchi pubblici, nonché da orti botanici è molto lungo. Queste piante hanno un notevole impatto ecologico e soprattutto vanno a scalzare le componenti autoctone della flora locale. Nella maggior parte dei casi si tratta di situazioni difficilmente risolvibili. La scelta migliore sarebbe quella di trovare per ogni pianta il naturale predatore o parassita e introdurlo nei siti infestati ma si deve prestare molta attenzione perchˇ gli effetti di una introduzione di un altro organismo sono spesso complicati da prevedere e potrebbero rivelarsi dannosi oltre che inefficaci. Ciò fa comunque riflettere sulla delicatezza degli equilibri naturali degli ecosistemi e su come ogni intervento debba essere valutato accuratamente. Soprattutto quando si vanno a progettare interventi di rinaturalizzazione o di creazione del verde, è bene tenere presente il rischio che l'introduzione di certe specie rappresenta per gli eventuali ambienti naturali circostanti. |
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Riferimenti bibliografici
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