Febbraio 2001
Il ruolo moderno dell'erbario
(Manuele Bondì)
Nei soli 55 principali erbari del mondo sono conservati più di 130 milioni di esemplari vegetali; questo enorme numero di campioni ha consentito la compilazione di tutte le 'flore' e delle guide analitiche per l'identificazione delle specie di certe aree floristiche. Tra gli altri, il grande erbario di Berlino (4 milioni di campioni), distrutto dal fuoco durante la seconda guerra mondiale, fu la principale fonte d'informazioni alla base del gigantesco lavoro di Adolf Engler e della sua scuola, Das Pflanzenreich.

Un altro ruolo importante dei campioni d'erbario è quello di consentire un confronto costruttivo tra i sostenitori del concetto tipologico di specie e i sostenitori del concetto biologico-genetico di specie.
Per i primi, tassonomi veri e propri, specie significa 'cosa diversa', un qualche cosa che ha 'un aspetto diverso' (dal latino specere, osservare, guardare), mutuando il concetto, come tanti prima di loro, dalla filosofia platonica del mondo delle idee. Gli individui di una specie naturale, essendo mere ombre di un medesimo 'tipo', non stanno in alcuna particolare relazione gli uni verso gli altri: così, la variazione è data semplicemente dalle imperfezioni legate ad ogni manifestazione concreta dell''idea' implicita in ogni specie. Quando tali imperfezioni diventano troppo evidenti, allora non possono che essere descrittive di un nuovo tipo. Il grado di variazione, meglio, di differenza morfologica, diventa così il criterio soggettivo per la definizione di specie secondo il concetto tipologico: ogni binomio scientifico indicativo di una specie è legato ad un singolo esemplare, indicato dall'autore o da altri ricercatori come il 'tipo' al quale saranno riferiti tutti gli altri esemplari della stessa specie.

Un campione dell'Erbario Fanerogamico di Giovanni Passerini, custodito presso l'Orto Botanico dell'Università di Parma: è la Caltha palustris L., Ranuncolacea indigena, spontanea delle zone umide.
Questa nozione di specie è troppo statica, secondo i suoi critici; ignora il fatto che le specie sono comunità riproduttive (al loro interno vi sono dei meccanismi che garantiscono la possibilità di riproduzione per tutti i suoi componenti); unità ecologiche (con una serie di relazioni con altre specie e con l'ambiente); unità genetiche (ogni individuo racchiude solo temporaneamente una piccola parte dei contenuti del pool genico della sua specie).
Applicato al mondo vegetale però, anche questo concetto di specie - cosiddetto 'biologico': la specie è un insieme di individui che si riproducono per incrocio, con prole feconda - mostra alcune difficoltà: esistono infatti molti casi di ibridazione fra specie diverse che comportano solo una riduzione e non un'assenza della fecondità della prole, e altri casi in cui le specie sono apomittiche, i cui individui cioè formano semi senza essere stati preventivamente fecondati (Rubus, Taraxacum, Hieracium).
Ecco che allora i biosistematici hanno intrapreso studi, in particolare citotassonomici, che li hanno portati alla definizione del concetto biologico-genetico di specie, come insieme di individui caratterizzato da uno specifico numero di cromosomi e da uno specifico livello di ploidìa; questo concetto ha subìto a sua volta delle ulteriori precisazioni per tenere conto dei casi di variazione individuale del numero di cromosomi e del livello di ploidìa all'interno di una stessa popolazione, così come della possibile presenza di segmenti diversi lungo la struttura lineare dello stesso cromosoma in individui diversi.
Accade però che gli organismi, così finemente ed intimamente studiati, perdano proprio quella caratteristica che i ricercatori hanno rincorso per loro, attraverso l'evoluzione del concetto di specie che abbiamo appena visto: la possibilità cioè di essere identificati in maniera univoca, chiara, scientifica - per la riproducibilità dei risultati; la possibilità di essere 'chiamati', di avere un nome. I biosistematici si sono dunque visti costretti, nel corso dei loro studi su un certo organismo, a ricorrere al suo binomio scientifico - incluso il nome dell'autore - e a depositare lo stesso organismo in un ... erbario, al termine della ricerca, imparando dai loro colleghi tassonomi, o richiedendone l'intervento diretto.
Uno degli esemplari dell'immenso erbario del Giardino Botanico di New York - 6,5 milioni di esemplari. E' il Balsamodendrum berryi Arn., una Burseracea affine alla pianta dalla cui resina si produce l'incenso.
A seguito dell'applicazione recente di particolari tecniche di biologia molecolare allo studio delle differenze tra specie diverse, i campioni d'erbario assumono un valore sempre più insostituibile. E' indubbio che sia la sequenza nucleotidica del DNA a fornire le informazioni più determinanti per la ricostruzione della storia evolutiva di un taxon, ma fino alla seconda metà degli anni '80 il ricercatore che si applicava a tale ricostruzione filogenetica incontrava la difficoltà di non poter paragonare le sequenze nucleotidiche delle forme estinte. Le tecniche allora a disposizione - ibridazione delle sequenze con sonde marcate radioattivamente e analisi elettroforetica di enzimi simili - erano troppo invasive (cioè richiedevano l'impiego di troppo materiale biologico) per poter pensare di utilizzarle sui campioni d'erbario. L'introduzione di un nuovo metodo di amplificazione del DNA - la PCR (Polymerase Chain Reaction) - ha permesso di superare l'ostacolo, quindi oggi è possibile paragonare direttamente le differenze interspecifiche agendo su minute porzioni della superficie fogliare di esemplari tratti da erbari storici, che si dimostrano così sempre più preziosi ed attuali. Esempio di purificazione totale di RNA tissutale. L'intensità delle bande luminose è indice dell'alta qualità dell'RNA ribosomiale.
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