Aprile 2001
Uno sguardo più da vicino agli organismi geneticamente modificati
(Manuele Bondì)


Sembrerebbe che lo scontro pubblico tra i fautori e gli oppositori delle biotecnologie applicate al mondo dell’agricoltura si possa ridurre in ultima istanza ad una questione di precisione. Certamente la precisione richiesta per trasferire con le tecniche di ricombinazione genetica uno o più geni da un organismo ad un altro è molto più alta di quella messa in atto da millenni di agricoltura tradizionale che ibridava - e tuttora continua a farlo - varietà appartenenti alla stessa specie o più raramente specie appartenenti allo stesso genere, ad esempio Nicotiana tabacum x Nicotiana glauca, per ottenere esemplari dalle migliori caratteristiche colturali. Questo è obiettivamente un punto a favore delle biotecnologie applicate all’agricoltura. Eppure gli scienziati non conoscono con precisione la posizione che il nuovo gene occuperà nel genoma della pianta che lo ospita, né possono prevedere con ragionevole certezza che tipo di relazioni si instaureranno tra il gene introdotto e gli altri.

In effetti il genetista vegetale non ha un’idea a priori di dove il nuovo gene - o i nuovi geni - si dovrebbero inserire, nonostante questi provengano da organismi immensamente distanti dall’ospite nella scala filogenetica dell’evoluzione e quindi siano ad esso completamente estranei. Ad una certa forma di impotenza accenna lo stesso Bob Shapiro, Amministratore delegato della Monsanto, azienda americana leader nel settore delle biotecnologie, in un’intervista concessa allo State of the World Forum il 27 ottobre del 1998: ‘gli effetti delle nuove e potenti tecnologie sono sconosciuti e in certo modo inconoscibili’ (http://worldforum.org/).

Il primo obiettivo da raggiungere è ottenere che la pianta transgenica sia in grado di generare la proteina - o l’insieme di proteine - biologicamente attive. Eppure gli effetti della sua produzione potrebbero non essere quelli che ci si aspettava: ad esempio in uno studio pubblicato dal Journal of Insect Physiology i ricercatori prevedevano che larve di Psylliodes chrysocephala L., un coleottero della famiglia Chrysomelidae, allevate su colza transgenica che esprimeva selettivamente l’oryzacystatina, un inibitore della proteinasi della cisteina (che doveva quindi impedire la sua digestione), avrebbero dovuto mostrare una crescita stentata o addirittura non riuscire a sopravvivere; invece le larve non solo sono sopravvissute alla nuova proteina killer espressa dalla pianta, ma hanno aumentato significativamente la loro dimensione, con un incremento di attività proteolitica della cisteina che ha raggiunto il doppio del normale.

Piante di papaya non GM a confronto con quelle transgeniche resistenti al virus ‘delle macchie ad anello’.
Le risorse tecnologiche attualmente a disposizione dei bioingegneri li portano ad inserire, a fianco del gene ‘utile’, due elementi che suscitano le perplessità di alcuni ricercatori nella stessa area dell’ingegneria genetica agricolturale: il promoter 35S, derivato da un virus molto simile a quello dell’epatite B e parente dell’ HIV, per la necessità di attivare il gene cui si accompagna; e un gene marcatore, che serve ad identificare le cellule in cui è riuscito il trapianto dei geni - negli stadi successivi non ha più alcuna utilità, ma sarebbe troppo costoso e complesso eliminarlo anche se, esprimendo esso la resistenza ad un antibiotico, si nutrono dubbi che tale resistenza possa essere trasferita ad altri organismi, magari batteri del tratto intestinale, durante la digestione dei tessuti transgenici, e per loro tramite, ai batteri patogeni (i batteri scambiano tra loro i geni molto facilmente). In tal modo potrebbe aumentare la resistenza dei germi patogeni agli antibiotici, più di quanto non stia già avvenendo - secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità questo è uno dei più gravi rischi sanitari emergenti (alcuni ceppi di Staphylococcus aureus resistono ormai a qualunque trattamento antibiotico, e i decessi causati da infezioni batteriche sono in aumento in tutto il mondo industrialmente avanzato, proprio quando si dava per certa la scomparsa di alcune classiche malattie infettive).

Dopo più di vent’anni di sviluppo l’ ingegneria genetica presenta dunque ancora molti aspetti, peraltro comuni ad altre scienze biologiche, dove la sua capacità previsionale risulta tutt’altro che acquisita, come potrebbe invece far supporre l’uso diffuso e rassicurante di termini quali ‘biotecnologia’ e ‘ingegneria’.

L’affermazione che lo sviluppo di OGM sia necessario per ridurre la povertà dei paesi in via di sviluppo non è sufficiente ad enucleare i sistemi di produzione biotecnologica dagli storici rapporti di sfruttamento politico- economico tra nord e sud del mondo. I dati della FAO, l’Agenzia dell’ONU che si occupa di sicurezza alimentare, hanno mostrato che i sistemi tradizionali di produzione, su piccola scala, sono più produttivi di quelli industrializzati e su vasta scala. Secondo un censimento che confronta la resa per superficie di una fattoria industrializzata ‘tipo’ di 14 ettari, con realtà contadine tradizionali più piccole, risulta ad esempio che in Siria, in Etiopia, in Messico, una fattoria rispettivamente di 0,2 ettari, 0,4 ettari, 1,2 ettari, può essere molto più produttiva di quella ‘tipo’, ammesso che vengano realizzati quegli adeguamenti culturali e procedurali propugnati dai sistemi di produzione agricola di tipo organico. Uno studio recente dell’ERS (Economic Research Service) del Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) mostra che nel 1998 in 12 su 18 casi di confronto tra raccolti transgenici, non provenienti dalle stesse regioni, non vi sono stati significativi incrementi nella produzione agricola.

L’ingegneria genetica propone l’approccio ‘un gene per ogni parassita’ che nelle intenzioni dei suoi sostenitori dovrebbe ridurre l’uso di pesticidi: il mais brevettato dalla Novartis contiene un gene del Bacillus thuringiensis (Bt) che produce proteine tossiche per le larve di piralide, ma innocue per l’uomo e per molti insetti utili (ma i dubbi esistono: il caso delle farfalle monarca citato nel precedente articolo, ma anche l’opinione che l’accumulo in organismi situati più in alto nella rete trofica potrebbe originare fenomeni tossici imprevisti) presenta comunque l’inconveniente di esporre in modo massiccio e continuativo l’insetto nocivo alle molecole per lui dannose, rendendolo in grado di evolvere la resistenza in tempi più rapidi di quanto accadrebbe con l’uso tradizionale dell’insetticida. I dati (Gould F., et al.,1997, Proc.Natl. Acad. Sci. USA 94, 3519-3523) sulle frequenze alleliche della resistenza in popolazioni di piralide suscettibili indicano che il successo della prima generazione di piante transgeniche Bt nei confronti del suo parassita potrebbe essere di breve durata; questo risultato costringerebbe gli agricoltori a pratiche alternative complicate, quali la semina di almeno il 20% di varietà non transgenica accanto ad ogni varietà GM, evitando l’applicazione sulla prima dell’insetticida Bt, per creare un campo rifugio per la piralide dove possa diminuire la pressione dell’esposizione alla tossina Bt. Che l’adozione delle varietà transgeniche non abbia portato a significative diminuzioni nell’uso di pesticidi è peraltro confermato da studi condotti su un campione di aziende agricole americane, che, dopo la conversione al transgenico, hanno ridotto l’impiego solo dell’l%.

I geni vengono ‘sparati’ all’ interno della cellula, verso la sequenza del DNA originale.
Il rischio che l’utilizzo esteso di varietà transgeniche omogenee (anche per la resistenza a particolari erbicidi) possa portare all’ erosione genetica delle varietà locali seminate dagli agricoltori dei paesi in via di sviluppo nel corso dei millenni va tenuto nella debita considerazione (negli stessi Stati Uniti pių di 200 agricoltori biologici stanno collaborando con l’Agricultural Research Service dell’USDA ad un progetto per ampliare la selezione delle varietà che è possibile ottenere commercialmente, coltivando circa 800 varietà tradizionali fornite loro dal National Plant Germplasm System). Ricerche condotte in Germania hanno inoltre mostrato che il gene per la resistenza agli erbicidi (in particolare il glufosinato) può trasferirsi, mediante il polline, in piante di rafano selvatico infestante distanti anche 200 metri da campi di colza GM e dati più recenti indicano che l’inquinamento genetico può avvenire anche a distanze maggiori.

I problemi riportati di affidabilità e sicurezza nell’impiego delle biotecnologie in agricoltura potrebbero essere affrontati, inquadrati e possibilmente risolti qualora gli enti deputati - soprattutto afferenti al settore pubblico - si impegnassero seriamente negli anni a venire in programmi di valutazione dell’ impatto socioeconomico e ambientale dell’ingegneria genetica, ma le notizie attuali non lasciano intravedere la ferma volontà di percorrere questa strada: negli Stati Uniti l’USDA investe in tali programmi solo l’1% dei propri fondi destinati alla ricerca sulle biotecnologie, appena 1-2 milioni di dollari all’anno.

Il futuro dell’ingegneria genetica è comunque altrettanto difficile da definire quanto il livello di precisione attuale delle sue tecniche; vi è chi sostiene che le biotecnologie in futuro nel settore dell’agricoltura non si occuperanno più di cibo transgenico, ma di prodotti innovativi non inquinanti che diventeranno parte ineludibile della nostra vita, come il computer in questo scorcio di inizio millennio. Altri si stanno applicando a creazioni alternative, come i campi da golf e i prati dietro casa trasformati geneticamente per sostenere l’applicazione dei più potenti erbicidi senza nulla perdere del loro aspetto sano e del loro colore verde brillante. Vi è chi, come gli scienziati dell’Università Ebraica di Gerusalemme, scopre il gene CBD (Cellulose Binding Domain) che, inserito nelle piante delle foreste pluviali tropicali attualmente in forte riduzione, potrebbe in poco tempo rigenerarle con una crescita vegetativa dal 30 al 50% più veloce, attraverso la produzione di una proteina che si lega alla cellulosa delle pareti cellulari vegetali. O forse no. Il rilascio in natura di questi alberi transgenici tropicali potrebbe dare adito a fenomeni di inquinamento genetico e qualche superliana ipertrofica finirebbe presto per porre termine anche a questo sogno avviluppandosi ai nuovi tronchi e stroncandone la crescita.

A Gerusalemme opera anche un poeta, Yona Wallach. ‘La natura č difesa dalla fantasia’, lei canta.

Il cotone Bt è uno strumento per controllare i bruchi dei germogli del tabacco che attaccano anche il cotone.


Torna a: "Organismi geneticamente modificati, dal mito alla realtà"


© Myristica